Niente di memorabile.
Mai più, per una quasi esclusiva lettrice di mistiche ninfomani.
Ti ricordi i diari delle sante?
Ti ricordi quel racconto che si intitola “La specialità della casa” ?
Ti ricordi i romanzi d’amore e d’orrore?
Niente di memorabile.
Mai più. Io non so riconoscere la cintura di Orione fra tutte.
Ed è impossibile che io abbia visto tutti i film di Fassbinder perciò…
sai quanto tempo è passato buttato differenziato e riciclato?
Vent'anni forse e immobile mi muovo.
Ti ricordi quando mi era vietato andare in bicicletta per strada?
Mi impegno nella lettura solo sulle sedie d'ospedale, di reparto o di corridoio non importa.
Le sedie d'ospedale mi stimolano, a dispetto delle stampe appese ai muri quindi…
mi hai trovato lì, ti ricordi?
Mi piacerebbe riempire una valigia piccola e partire e partire e partire, fare soggiorni che durino solo una settimana fino alla morte.
Mi piacerebbe entrare in un ristorante e ordinare farfalle alla rosa e capire come si sta bevuti senza bere e parlare sinceramente.
Mi piacerebbe uscire per andare a votare e non tornare più a casa, lo vedi
come sono le case di Berlino all'aria di neve e le assurde decorazioni natalizie tedesche e quei posti con i divani di pelle.
Non ho carte stavolta, se mollo sono fregata, se mollo sono fregata.
Quasi allegra, in sala d'aspetto non capivo perché mi hai parlato.
Le farfalle si riconoscono tra loro.
Devo pensare bene a cosa fare, così quando non lo farò verrà proprio bene.
Me lo hanno detto finalmente. Non ricordo quasi nulla.
Nelle notti in cui ripasso il letto sfondato.
Me l’hanno detto cosa sono, cosa posso ricordare.
E nelle mattine prima di entrare sotto l’acqua.
Devo pensare bene, devo pensare proprio bene, fare un piano senza sbavature e niente picchi o alzate d’ingegno,
cose semplici, dirette, lame di rasoio antico coltello a scatto, roba meccanica che non si guasta mai.
Voglio un’idea meccanica di quello che non farò, un piano pronto per l’azione in qualsiasi momento, una fuga per i momenti di noia in cui non ci sono tisane che tengano.
Le piccole cose che ti fanno stare bene, cerca le piccole cose che ti fanno stare bene, dunque quali, per novanta persone su cento?
Un the, una tisana, alcol, qualcosa da bere, qualcosa da ingoiare.
Qualsiasi cosa a riempire il lavandino.
Le piccole cose che ti fanno stare bene.
Comprare oggetti, prodotti per la pulizia a spruzzo, scotch, cucchiaini da caffé.
Qualcosa per riempire, riempire.
Assumere farmaci, riempire, farsi una pera, riempire le vene.
Devo aver vissuto sempre qui e non vedo altro.
Avere a lato questo essere e io mostro, insieme e, nei sogni della morte, chiedere al risveglio che qualcuno mi accompagni che non mi lasci sola, sola
e che mi dia qualcosa di pulito, qualcosa di pulito per me.
La vecchia roba meccanica che non si guasta mai, il rasoio e la macchina da scrivere,
lo schiacciapatate e la lama per tagliare i fogli.
Quando morirò, non lasciarmi sola, dammi qualcosa di pulito, stammi accanto come qualcosa di pulito.
Cercare un toro rosso su un campo verde, questo diceva Kim, in quel film degli anni ‘40 o ‘50.
Alla ricerca del toro rosso, un bambino che non sapeva nemmeno se era orfano.
Lei vuole fare sempre la bambina, lei.
Ascoltare la bambina non è possibile perché lei è la bambina.
Di quale bambini parli? Non sono mai stata una bambina.
Rimango una bambina.
Ho un cane al guinzaglio o sono un cane al guinzaglio.
Chi è il cane e chi sono io.
E se il cane pensa e ha una volontà, non posso portarlo al canile.
Forse dovrei essere io il cane e scappare oppure essere io a scappare dal cane.
Ho solo una cosa chiara in mente, bisogna che scappi.
Ché se io sono il cane, il problema è il guinzaglio, le macchine per la strada e i cattivi incontri
e se non lo sono, il mio problema è il cane che mi rincorre e mi azzanna
perché il mio cane è cattivo, parecchio cattivo come le tigri dai denti a sciabola
che con una mossa del collo ti tagliano la testa e portano le lingue come trofei
ma il problema più grave potrebbe verificarsi se scoprissi di essere il guinzaglio.
Io penso.
Mi hanno detto che non devo pensarci troppo perché non ne vengo a capo
ma devo pensare bene a cosa fare,
non a chi sono e cosa ho fatto ma a cosa fare.
Cosa ho fatto, cosa potrei aver fatto io?
Guardami, sono piccola, ho la schiena storta.
Mi hanno trovato lì, proprio lì e se ne potrebbe parlare fino alla nausea, mi hanno trovato
lì.
Quello che mi ha trovato, l’ho saputo poi, era il figlio della donna morta e era andato a cambiare i fiori dopo chissà quanto,
chissà quanto che i fiori erano ammuffiti e poi seccati.
Io ero lì e basta, cosa vuole da me?
Tutti saranno rimasti stupiti, un’ambulanza nel cimitero.
A fare cosa?
Io sono riuscita a fare questo
e da quel momento, una domanda dopo l’altra
per sapere qualcosa che interessa solo a me e forse neanche.
Chi sei?
Come ti chiami?
Che ci facevi là?
Da dove vieni?
Quando sei nata?
Dove sei nata?
Hai una famiglia, un padre, una madre, fratelli, un marito, un fidanzato, amici, un lavoro?
Hai una casa?
Dove abiti?
A quali riviste sei abbonata?
Che scuole hai fatto?
Cosa mangi?
Cosa ti piace?
Sei allergica a qualcosa?
Che malattie hai avuto?
Assumi sostanze stupefacenti?
Sei mai stata in cura da uno psichiatra?
E ricoverata in ospedale?
In quale reparto?
Come si chiamava la tua bambola preferita?
A quali giochi giocavi?
Che scuola elementare frequentavi?
Come si chiamava la tua compagna di banco?
Compagna di banco, sicuramente con le treccine e gli occhiali. è logico.
E la scuola aveva un giardino e gli adesivi di natale alle finestre,
che nessuno li staccava mai tanto gli anni vanno uno dietro l’altro finché non si scoloriscono,
allora tocca toglierli ma per quello c’è la bidella.
E la Barbie era rigida e vestita da sera, con i capelli tagliati e lavati con lo shampoo,
che poi venivano stopposi e ingarbugliati e sembrava una scappata da un manicomio
e quindi si poteva truccare con i pennarelli.
A volte non aveva mani e piedi che si staccavano facilmente a morsi.
Lo dico per dire, lo dico per dire, non lo capisci che lo dico per dire?
Bisogna dare soddisfazione agli altri.
Non è che puoi negare sempre tutto.
I miei occhi vedono quello che vedono tutti.
Impari a fare finta fin da quando esci dal ventre della brava mammina.
Qualcuno deve avermi detto che l’Iperuranio esiste,
che scegliamo noi per davvero dove e quando nascere.
Se così fosse, il 90 per cento delle persone sarebbe così idiota da comprarsi un cappio per il collo sin da morta?
Non ci credo.
Io avrei scelto di essere felice.
Avrei scelto di essere con i capelli rossi e gli occhi scuri
e sarei nata da un filosofo e una scienziata degli oceani.
I miei nonni sarebbero stati due artisti delle avanguardie del primo novecento,
dadaisti.
Io avrei scelto tutte le sciocchezze, tutte le sciocchezze possibili.
Non sono né una madre né un padre devo aver ucciso qualcuno, fatto qualcosa, amato.
Devo aver ucciso qualcuno.
Ma ti ricordi, ti ricordi dove mi hai trovato?
Dove mi hai cercato, sulla sedia della sala verde con le cellule alle pareti?
In attesa del prossimo esame per me?
Ero lì e tu piccola indiana mi hai raccattato e mi hai parlato delle tue stanze in affitto.
Ero lì e non ero lì e mi hai accompagnato a casa quando hanno finito con me.
A casa tua perché avevi visto che avevo tanti soldi in tasca.
Per qualche mese si sta bene, devi aver pensato.
Sono l’inquilina perfetta ogni dieci del mese e poi niente, via, mente vuota, aria pura, vento in quota, via, non parla mai, esce poco, non fa rumore e tiene la casa pulita.
Ti ricordi i libri dell’ospedale?
L’unica a leggerli.
L’ospedale è fatto apposta per leggere, nessuno se ne accorge.
Grazie, grazie davvero
ma io dovrei tornare tornarci, magari
o magari tornare lì.
Quei fiori sono di nuovi secchi, magari.
Magari di nuovo quel figlio è lì.
Dovrei andare al ristorante,
dovrei,
dovrei andare a Berlino a vedere, verificare.
Dovrei comprare una tisana o farmi fare un massaggio.
Devo pensare bene a cosa fare,
prima di andare.
Andare.
Devo pensare.
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