Prendo: valigia, contanti, carta di credito, documenti.
Lascio: chiavi di casa, telefono, libretto dell’automobile.
Se incontro qualcuno, dico: parto per un paio di giorni.
Appena fuori dalla porta, l’agguato della vicina.
“Sempre in partenza.”
“Torno tra un paio di giorni.”
“Beata te che fai sempre la turista!”
Nell'ordine: prendo il primo autobus che passa, mi allontano dal mio quartiere, entro in un bar, chiedo un caffè, chiamo un taxi, mi faccio accompagnare alla stazione, scelgo una meta non troppo lontana, faccio il biglietto.
Il treno parte dopo mezz’ora ma è già sul binario. Salgo e mi accomodo su una poltroncina singola, vicino alla porta scorrevole. Il viaggio durerà tre ore e un quarto. Quando arriverò, sarà buio. Rimango incollata al vetro del finestrino controllando il riflesso del passeggero di fronte a me. Non bado a niente. Fingo solo di essere concentrata su pensieri di importanza capitale.
La stazione di arrivo non ha pensiline. È notte. Scendo le scale. Mi blocco. In fondo, intravedo un corridoio poco illuminato. Il buio respira tranquillamente in attesa del mio passaggio. Può aspettare, torno indietro. Controllo gli orari delle partenze. Il prossimo treno si fermerà all’alba. Sicuramente all’ingresso della stazione c'è una biglietteria automatica. Per il momento, aspetto qui.
Ho freddo. Vedo un'ombra che striscia lungo uno dei binari. Si ingigantisce. Si avvicina. Mi è addosso. Ha il fiato puzzolente.
Un labrador color miele, occhi castani, mi ha messo il muso in faccia.
Mi allontano. Mi segue. Richiama la mia attenzione con un breve mugolio. Mi volto. Gesticolo, dicendogli di andarsene. Salta. Mi siedo. Mi mette le zampe in grembo. Non voglio compagnia.
Non sopporto gli esseri imploranti. Hanno sete, hanno fame, si sentono male, vomitano, mangiano sassi e merda secca, vanno operati, hanno bisogno di gocce negli occhi, vanno puliti, spazzolati e liberati dalle zecche, rassicurati, coccolati, massaggiati.
Smetti di ansimare. Non ti conosco, non ti voglio, non ti sfamerò. Niente possesso e devozione senza argini. Non ti porterò con me. Togliti di torno.
Sposto bruscamente le zampe.
Torna a mangiare spazzatura, rivolgiti alle signore con le borse di stoffa a fiori e i sacchetti di carta pieni di polpettine di soia e erbette di campo. Ti sorrideranno, così le potrai fregare con la tua bavetta piagnucolosa. Non ho bisogno della tua simpatia di cucciolo storto, con un occhio cieco e uno azzurro.
Giusto per concludere la conversazione, gli urlo di andarsene e tiro un calcio goffo nell’aria. Il cane si allontana e, dopo aver annusato il marciapiede vuoto, torna di corsa, con l’aria di attendersi qualcosa di più divertente.
Attraverso il binario. Mi segue. Cammino sul marciapiede in lungo e in largo. Mi segue sempre.
Va bene, l’hai voluto tu. La battuta di un noir anni quaranta non mi dona e non si adatta alla situazione. Devo ricordarmelo, in ogni caso l’hai voluto tu.
Inizio a scendere le scale strisciando lungo la parete e chiudo gli occhi. Percepisco una sottile variazione di luce. Sento un gocciolio.
Se la mia vita fosse un film, che film sarebbe? In un melodramma, protagonista Lana Turner, avrei il ruolo secondario di triste zitella, sacrificata alla bionda dea del sesso; in un film rosa trash sarei la piccola aspirante cenerentola sfortunata, senza speranza di essere sverginata dal principe; in un film dell'orrore, sarei la prima vittima, quella idiota che corre fra le braccia dell'incubo, quella che muore dopo dieci minuti dall’inizio perché attraversa un corridoio buio dove si sente gocciolare ma non ci sono rubinetti nelle vicinanze. E non piove dal soffitto.
Torno indietro. Il cane mi aspetta con la testa tra le sbarre della ringhiera, gocciolando bava e dimenando la coda. Gli sono mancata.
Va bene, l’hai voluto tu. In un noir, non sarei il cattivo ma nemmeno il detective. Sarei sempre la vittima, stupida e imprudente, quella dalle labbra tremanti, salvata appena in tempo dall'eroe di turno, dopo aver sacrificato le vite di almeno un paio di volenterosi innocenti.
Scendo le scale. Lungo il corridoio, l’unica fonte di luce è rappresentata da una fila di bacheche pubblicitarie. I negozi più antichi della città tengono a dirmi che rappresentano degnamente le tradizioni del luogo.
Il cane è in cima alle scale. Scodinzola. Mugola. Sbava. Il corridoio sembra vuoto ma non posso esserne sicura.
Il cane, adesso, sta ansimando alle mie ginocchia. Se mi aggrediranno, mi difenderà. Spero. Uccideranno lui per primo. Spero. Vado. Non c’è nessuno per davvero.
Finalmente sono fuori.
Mi guardo intorno, alla ricerca del solito affittacamere nascosto da un portoncino con le sbarre di ottone oppure di una pensione con le tende impastate di polvere e fumo. E questo luogo, che rispetta un certo numero di tradizioni, non si smentisce. L'unico lampione funzionante illumina il cartello di un perfetto esempio di albergo a una stella. Lì, il cane non mi seguirà.
Suono il campanello. La serratura elettrica fa uno scatto moscio. Appena apro il portone, il portiere mi urla che non accettano animali.
“Non è mio.”
“Già.”
E tace, finché non riesco goffamente a far uscire il mio cane ombra.
“Una singola.”
“Già.”
Segue un lungo silenzio, poi: “N.11, bagno in corridoio, documento valido, pagamento in anticipo, il cane non entra.”
“Non è mio.”
“Già.”
Mi arrendo. Gli presento diligentemente quello che mi ha chiesto, prendo la chiave e vado in camera.
Dalla finestra vedo la strada, la stazione e il cane. Guarda in su, verso la luce della mia finestra, scodinzola. Chiudo le tende. Proverò a dormire.
Il copriletto è un falso damascato sintetico, rosso rubino. La tappezzeria richiama lo stesso motivo ma è un tono più chiara, come le imbottiture delle sedie, dallo scheletro di legno scuro e lucido. Mi agito nel letto; l'alternanza di rossi e marroni mi soffoca.
Appena sveglia, chiedo la colazione in camera.
Il portiere, lo stesso della notte, entra con un vassoio, lo appoggia sulla piccola scrivania vicino alla finestra: “Apro le tende?”
“No, grazie.”
Accende la luce ed esce.
Sono sicura che sia ancora lì. Da bravo cane, non molla facilmente. Vedremo.
Finisco tutto quello che trovo sul vassoio: un cappuccino senza schiuma, due brioche confezionate, un cioccolatino fondente e un bicchiere d'acqua naturale. Mi faccio una doccia calda, mi spalmo una crema per il corpo, una di quelle che non uso mai, quella più grassa, così devo massaggiarmi a lungo prima di farla assorbire. Asciugo i capelli con cura, domandoli con la spazzola, come non faccio mai. Indosso collant finissimi, mi vesto con lentezza e attenzione. Stendo un velo di fondotinta sul viso, trucco occhi e bocca come se dovessi incontrare chi misurerà la sua attrazione dalla cura del mio aspetto.
Ho bisogno d'aria. Mi avvicino alla finestra, infilo una mano dentro le tende e apro uno spiraglio, senza guardare. Sistemo i cuscini, mi siedo sul letto con il libro che mi accompagna sin dalla partenza.
È il momento di ricominciare a leggerlo dall'inizio. Lo apro, la prima pagina si stacca e scivola sul letto.
I tabelloni con i puntini arancio che scorrono o i piccoli quadrati che si muovono, come girandole, ogni volta che una partenza cede il posto a un'altra, i passeggeri che intralciano gli androni, i corridoi, i marciapiedi, le sale d'aspetto con un ubriaco ogni tre poltrone e io, che mi muovo, evitandoli come in una gara di ballo all'ultimo sangue, e poi la pagina numero uno che ha un angolo consumato. Quello in alto a destra. Sbriciolato in una stanza che sembra bastare a se stessa.
Mi addormento da estranea su un letto urticante di cimici.
Mi sveglio con un rivolo di saliva a un angolo della bocca. Mi asciugo. Guardo la macchia rossa sulle dita. Finisco di tirare via il rossetto strofinando le labbra sugli avambracci. Chiudo gli occhi e li sigillo spalmando il mascara con i polpastrelli.
Sono così concentrata in questa operazione che quando sento bussare alla porta scatto in piedi.
“Chi è?”
“Sono il portiere. Può aprire?”
“Un momento. No, ora no, scendo io tra un po'.”
“Già.”
Corro in bagno a lavarmi la faccia. Mi lego i capelli.
Nell'atrio, trovo il portiere che guarda fuori dalla porta a vetri. Si volta bruscamente.
“Ha deciso di rimanere anche questa notte? E' già tardi, dovrei farle pagare la stanza.”
“Ho deciso di rimanere.”
“Già. Pagamento in anticipo. Le rendo il documento.”
Salgo in camera a prendere i soldi. Forse potrei anche togliermi le scarpe col tacco.
Chiedo al portiere se è possibile avere la cena in camera. Mi guarda con commiserazione. “Non facciamo servizio ristorante.”
“Ma stamani...”
“Siamo convenzionati con il bar della stazione.”
“Potrei ordinare qualcosa da fuori?”
Sbatte un elenco telefonico sul banco.
“Già.”
Sotto lo sguardo del portiere, telefono al primo servizio a domicilio che trovo. Ordino una quantità di cibo sufficiente per almeno tre persone e mi siedo ad aspettare. L'atrio è freddo e silenzioso, rosso e marrone. Un odore di caffè si diffonde dalla stanza dietro il banco del portiere. Lo guardo.
“Vorrebbe un caffè?”
“Magari.”
Mi porta una tazzina senza piattino, come fossi una sua parente. D'altra parte è il suo caffè, non è tenuto a servirmi.
“Se ha intenzione di dare da mangiare al cane, le devo chiedere di non farlo davanti alla porta.”
“Quale cane?”
Silenzio.
“Già.”
Bevo il caffè evitando di guardare fuori.
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