Non sapendo cosa scrivere, L. annotava gli oggetti che vedeva intorno a sé, i nomi delle strade e i numeri degli autobus. E poi? Poi iniziò a chiedere il nome ai passanti. Con il suo aspetto infantile, non riceveva che sorrisi. E così camminava anche con la pioggia e la neve che le confondevano i segni di penna sul foglio. Poco trucco, abiti sobri, tacchi altissimi e affilati. Di quelli non poteva fare a meno. Miglioravano la sua andatura e, sulla neve ghiacciata, fungevano da ramponi.
La vecchia sdraiata per terra, coperta di erbe aromatiche, le disse di chiamarsi A. Le offrì un mazzolino di salvia fiorita in cambio di una copiosa innaffiatura. Si sa, le erbette necessitano costantemente di acqua. Rimase a occhi aperti anche quando il getto d'acqua bollente le bruciò il cavo orale. Il profumo di lingua stufata attirò i gatti della zona. A. non abita più qui.
L'uomo con la giacca a quadri bianchi, blu e verdi si chiamava O. e aveva visto tutto. Aveva i baffi alla Dalì. Puzzavano di lucido da scarpe. Stava morendo di nostalgia per il suo nipotino. Purtroppo la figlia glielo aveva portato via e lui non poteva più stuprarlo. Con un mazzo di rosmarino tra le mani, si inginocchiò sull'asfalto urlando il nome del piccolo F.
Gli spazzini non fecero fatica a lavare i suoi resti con un paio di secchiate d'acqua e ammoniaca. Indossavano le mascherine ma si sentirono distintamente i loro nomi: G. e M.
L. rimase seduta sull'orlo del marciapiede anche quando si spensero le luci.
Prendeva appunti. Tornava a casa solo per dormire.
“D., quando sarò morta, curerai un'edizione di tutti i miei appunti? Ti lascio tutto.”
“Io sono più vecchio di te.”
“Ma io morirò prima. Non sarà un lavoro facile. Sono disordinata.”
“Lo so L., ti vuoi ammazzare?”
“Non ora. Tra un po'.”
“Uhm.”
“A volo d'angelo sul ghiaccio del fiume. Spiaccicata tra le anatre. O sopra.”
“Prenoti un volo per l'occasione o quando capita, capita? Certo che hai la testa piena di merda.”
“Avrei bisogno di una sonda per spurgarmi.”
“Potevi dirlo subito che volevi scopare.”
“Prima cancellerò le ultime battute.”
D. dormiva. Il vento scuoteva le serrande.
L., scarpe buone e taccuino pulito, prendeva un caffè all'incrocio tra la fermata di un autobus e quella di un tram. Non sapeva il nome del bar. Tanto meno i numeri dell'autobus e del tram. Tanto meno il nome delle strade. La mattina odorava di ammoniaca.
Cazzo !! (posso dire cazzo nel tuo blog?)
RispondiEliminaMa tu scrivi da dio, anzi, come un angelo ferito e caduto.
C’è una genialità di chi crea dal pavimento, per far uscire tutto dalle crepe del soffitto.
Tutti racconti fantastici, era dalla mia visione del film vital che non mi entusiasmavo così.
This is the way, step inside
C’entra qualcosa?
Certo che c'entra.
RispondiEliminaComunque grazie...