Il bisogno di costrizione mi rende amara e fessa. Suono come una campana incrinata.
Ferita, mi prendo il tempo di ferire. Cerco l’animale più feroce e sanguinante e affondo le mani. Frugo le viscere. Le tiro fuori. Le confronto con le mie. Mi piace tenerle esposte, legate alla pancia con uno spago, la corda degli intestini arrotolata fino al collo. Ti prevengo: troppo morbida ed elastica per strozzarmi. Intreccio le viscere dell’animale per renderlo simile a me ma, mi accorgo, non tutti sono abituati a godere dei vortici di un ventre vuoto. Lo guardo rantolare senza muovermi. Incredula, mi chiedo perché non sorrida e non mi ringrazi per l’operazione. L’animale, ingrato, si allontana per gemere da solo. Rimango lì, occhi rotondi sporchi che indagano senza conoscere. Piccoli e storti, bucati e macchiati. Sufficientemente onesti, di carne macinata trasparente e lucida. Stupida.
(Ancora 2006)
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