La via è invasa di cani morti, distribuiti in file ordinate. Schiene contro pance, zampe anteriori in alto, zampe posteriori in basso, come conigli spellati.
In una fila ci sono almeno venti cani. Le file sono compatte, a distanza di circa venti centimetri l’una dall’altra. Molto precise. La strada sarà lunga circa un chilometro.
Non è possibile evitare di schiacciarli. Cerco di viaggiare al minimo, sento lo scricchiolio delle ossa e l’ottusità della carne sotto le ruote.
Sembra non finire mai. Lungo i marciapiedi si stanno organizzando squadre di spazzini con maschere e guanti di pelle, enormi badili.
Le case sono di pietra. Nessuna finestra accesa. Leggera foschia, ovvia, miserabile. Odore di carne bruciata.
Devo arrivare alla fine del paese per proseguire oltre. Nessuno fa caso alla mia macchina.
Gli spazzini esitano. Li guardo davanti a me, poi ai lati del marciapiede, continuo a guardarli dallo specchietto retrovisore. Vanno avanti e indietro. Nessuno scende lo scalino che li separa dalla strada.
L’ultima fila di cani mi coglie di sorpresa. Scendo dal tappeto di carne. Mentre mi allontano il primo spazzino abbassa il badile sull’asfalto.
Accanto all’ultima casa, l’insegna di un bar. Mi fermo. All’interno mi sorprende l’eleganza dell’arredamento. Mi siedo su uno sgabello, ordino un B52.
Tutto il bar si ferma: il barista, i clienti al banco, i clienti ai tavoli, la cameriera, i tavoli e le sedie vuote, le pareti e i poster, qualsiasi cosa mi osserva. Il silenzio dura un bel po’.
Non ricordo il nome del paese.
(era un po' di tempo fa ma va bene anche adesso)
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