giovedì 3 marzo 2011

In caduta libera, senza salvaslip.

Incollo la pelle a questa casa ma la pelle si strappa, l’intonaco cede. Tutto crolla. Lascio andare.
Voglio vederla da lontano, la casa azzurra, palafitta sospesa, un enorme tubo rosa per ascensore. Bella.
Cammino all’indietro andando via senza staccarmi del tutto.
Quando i miei dieci decimi non serviranno più, potrò voltarmi.
Ci sarà altro da mettere a fuoco.
Un paese più freddo.
Una solitudine più perfetta.
Per il momento, faccio i bagagli per proteggermi, armi, corazze, elmi, ginocchiere.
Domani una folla mi circonderà e io potrò sorridere, con i talloni avanti a me.
Mi chiederanno di ballare e forse dirò sì e forse dirò no.
Scelte così piccole mi inseguono, sempre più deboli, perdono importanza.
Voglio essere calma.
Nell’incertezza, mi sento protetta.
La certezza incerta senza speranza che mi hanno donato mi cola addosso come cemento a pronta.
Ma sono diventata veloce e pulita da bruciare.
Io me ne vado, miei amati.

Così ritorno seduta davanti all’oblò della lavatrice.
La stoffa prende acqua e cede forma.
Quando il cestello è pieno di lenzuola macchiate di sangue in gocce, rivoli e pozzanghere e merda e piscio, rimango incantata a guardare la schiuma che sale da bianca a rosa a marrone.
Le gradazioni di colori, come scale di vetro.
Il rubinetto aperto si svuota di acqua fredda.

Non ho altri sogni da raccontare, mi dispiace.
Mi dispiace perché non ho nient’altro che sogni da raccontare e, se non ho sogni, se non ho sogni, per tutto il tempo, il tempo passa, il tempo passa.

Nessun commento:

Posta un commento