Cammino tutte le notti insieme al bianco dei miei occhi.
Perimetri e diagonali, raggi, diametri e angoli.
Senza capriccio, trasportata da mani altrui, la natura di cui mi vesto disegna movimenti microscopici. Come abbandonarsi alla seduzione, girare in mezzo alle voci, fermarsi e ripartire.
Cammino tutte le notti insieme al bianco che mi uccide gli occhi. Obbedisco. Mi tolgo gli occhi per riposare, la mia disgrazia è che non posso dormire ad occhi chiusi.
Se all’alba sono stanca, a mezzogiorno sono dentro i miei sogni e alle cinque del pomeriggio non riesco più a dominarli.
La sera espongo le mie lune al buio, cantando per non morire mai, viaggio per le mie vene; nell’odore del metallo invecchiato, lascio impronte scivolose. Rapisco ciò che ho di più fragile e rimango innocente.
Al risveglio, indosso i miei occhi.
Vedo pareti, sedie e tavoli, una vasca da bagno. Nuoto nella mia vasca. Mi trucco per il desiderio. Controllo capelli e denti. Mi mettono la divisa.
Accetto. Mi faccio portare.
Mi guardo alla luce.
Chiudo gli occhi e cerco di ricostruire quello che ho osservato. Non ricordo.
Apro gli occhi, guardo, ho un taglio sulla mano destra. Ieri non c’era.
Chiudo gli occhi. So di avere una mano, la sento. Non riesco ad immaginarla.
Ricordo tutti i cambiamenti, ho elenchi di cambiamenti, trame di cambiamenti, monumenti ai cambiamenti.
La notte, senza occhi, sogno. Uomini decapitati camminano con la testa sotto braccio. Li vedo scendere dalle scale, in fila.
Ascolto le loro voci.
Si muovono al buio, assassini e vittime, secondini e carcerati.
Arrivati in fondo, i corpi ammucchiano le teste dentro una vasca, ordinatamente. Le teste perderanno gli occhi. Tutti gli occhi saranno messi in un vaso e, finalmente, le teste potranno dormire.
Ho visto e dimenticato, vedo di nuovo ed è sempre la prima volta.
Ho visto il mio volto allo specchio e ricordo di averne uno perché una mano lo tocca. Non la mia.
So di avere due mani perché posso tenerle sempre sotto gli occhi.
Sono rimasta senza faccia. Non la ricordo, non la immagino, non riesco neanche a inventarla. Forse ho la faccia di un fumetto con gli occhi più grandi del naso e la bocca che va da orecchio a orecchio. Apro la bocca, gonfio le guance, inarco le sopracciglia, apro e chiudo gli occhi. Ho una faccia, non ho dubbi.
Senza gli specchi, non esisto. Sono una forma senza connotati.
Sono nel posto in cui si trovano le mie braccia, le mani, il seno, la pancia, il ventre, le gambe.
L’intero se n’è andato, sono rimasti solo i pezzi.
Il vuoto tra gli occhi e lo specchio ha tradito la mia memoria. Sono quello che vedo: dipende dalla posizione degli occhi. Alto, basso, lato destro, lato sinistro, di fronte.
Chiedo ospitalità a stanze, luci, scatole, vasi, armadi, cassetti.
Cerco uno spazio adatto alla mia misura.
Mantengo efficienti le funzioni fisiologiche.
Non è poco, mi dico. L’intero è lontano.
Potrei vedermi con gli occhi della mia testa tagliata.
Tenerla come uno specchio.
Non ricordo di cosa ho paura. Forse è fame. Stanchezza e rabbia sono sorelle.
Quando mi batte forte il cuore, apro la bocca per mangiare.
Quando ho caldo, piango.
Quando ho freddo, urlo.
Quando perdo sangue, urlo.
Ho il mio codice.
Fuori dal codice, tutto è confuso ma la vita è semplice se è ridotta a poche azioni.
Non mi chiedo di cosa ho bisogno.
Non so di cosa ho bisogno.
Non decido io di cosa ho bisogno.
La carne è flaccida e andata a male.
Ingannarla. Non ci riesco.
Divertirla, distrarla, farle credere che cedo ai suoi desideri. Non ci riesco.
Posso diventare un’eterna partoriente, rendere il mio ambiente asettico, bianco, inutile, vuoto; sprofondare in un tubo luminoso e liscio che odora di disinfettante, fare di me stessa un canale di sola uscita.
Come una sfida, come un circo, come di fronte a parole inumane. Ché non so dire nulla.
Salgo sul trapezio.
Faccio il triplo salto mortale.
Parlo sei lingue.
Cammino sul filo ad altezze smisurate.
Competo con l’abisso.
Sono un’operazione dentro un’equazione, sono un numero, un concetto matematico, sono la dimostrazione di un teorema.
Così divisa, posso essere dappertutto, disperdermi e ricompormi, scivolare come l’acqua, con la mia testa, per svegliarla e riattaccarle gli occhi.
Perdere la visione di dentro per la visione di fuori.
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