h.00:00 (cartoni animati, lanterne e gusci d'uovo)
Si potrebbe andare a dormire.
Sei una meraviglia, ti rifarei in scala per averti sempre con me nella tasca del cappotto.
È così che si comincia a morire, quando tutto si riduce a un oggetto da tasca.
Mi sembra che rimarrò sempre da sola.
Guarda che luna, guarda che mare, inizio a scricchiolare.
Il collo, il fianco destro, la colonna lombare.
Mi pare di aver sentito muovere anche le ossa del cranio.
La minaccia è lontana e oggi so che hai il terrore di essere visto.
Le mie ciotole di metallo piene di zuppa di latte e biscotti sono allineate accanto al letto.
Il mio compito è sbrodolarmi e sputare e mangiare come animale da compagnia, io, guscio vuoto dentro il quale scorre petrolio in quantità pressoché infinita.
Ti cerco dappertutto, nelle pieghe dei tuoi e miei tanti nomi: quando ti prendi cura di te, di me, quando vai dalla parrucchiera, ti tagli i capelli, ti fai il colore, ti metto l''ombretto, il rimmel, il rossetto, quando mi provi un vestito e gli specchi si spezzano tutti e le immagini sono troppe per essere frammenti di una sola.
È molto meglio stare in ciabatte, molto, molto meglio.
Come vedi, è stato perfettamente inutile salvarmi.
Le regole sono queste, per me e per te: non devi dirlo, devi farlo; non devi aver paura a toccare le piante quando hai le mestruazioni; non devi aver paura a lavarti i capelli.
Io non ascolto le tue parole: “Quando sei infetta e puzzi di ferro e cadi a pezzi furiosa, come una luna perduta incapace di fare luce, sei un pezzo di lana di vetro che uccide le persone perfettamente in silenzio.”
E tu sei in una prigione di malattia.
Non rispondermi mai con quella lingua tagliente come bisturi da svuotare le vertebre, una alla volta.
Stanotte, il martello l'ho preso solo per il chiodo.
Ho rotto tutte le finestre, non potevo fare a meno delle finestre, almeno entra un po' d'aria, un po' d'aria, almeno allargo i polmoni, entra il vento e non sbatte niente, volano le tende, entrano le foglie e anche le spine e io tremo tutta e mi concentro e mi dico che non è freddo, che è freddo ma devo rilassare le spalle: se mi espongo al vento e decido di non avere freddo, non avrò freddo e così io non ho freddo, non ho mai freddo.
Sono la malattia che hai avuto. "I don't care if you don't want me cause I'm yours, yours, yours anyhow..."
E tu sei il mio Terence, il mio Capitan Harlock, il mio Gig robot d'acciaio con le lame rotanti e il fucile a energia solare che mi squarcia tutta e mi penetra anche là dove i buchi sono rivestiti di pelle e tu ne trovi di nuovi pronti all'uso, mio Daitarn III, Lupin 3°, mio Lady Oscar con l'uccello, eroe dei miei stivali, assurdo, in pompa magna, che aspetta la mia bocca che si scava da sola.
Non si va mai in fondo a dire nulla, tutto è tagliato a metà, imposto come un troncone privo di senso pronto all'interpretazione dell'altro; niente mi completa, niente ti completa.
Raccontami tutto di me e non omettere nulla poiché gli altri hanno una vita di piccole pratiche inutili e io ho fatto il cambio di stagione.
Riempio l'armadio di voi umani alla velocità della delusione.
Volute di zucchero filato annebbiano la mia vista.
Mi sembra un'ottima idea quella di andare a dormire adesso.
h. 10:00 (caffè e bicarbonato)
Obblighi da tradurre in possibilità, obblighi in posizioni pestilenziali tipo porgimi l’altra guancia che sono qui o mena il can per l’aia che io sono sotto il tuo tetto.
Del fegato fritto e le animelle con salsa di cipolle in vino veritas, fammi una foto sopra il vetro di una finestra con una palla da biliardo come luce diffusa in millimetri finiti e percepiti.
Delle offese fammi fiumi ghiacciati come scultura dal ponte gettata in acqua azzurra acqua chiara. Ho tutti i bambini stesi ad asciugare sulle altalene e dai gelatai cercami i codici d’onore dei tabaccai e dei macellai.
Dai fiorai, fruttivendoli pervertiti all’ikebana, mi batte in testa tutto quello che ho mangiato ieri e oggi e ieri e oggi e ieri e quello che mangerò domani sta nella manica della giacca da cui nascono assi di carte truccate per le migliori occasioni mondane, perciò: voglio sapere tutto di te.
Nelle scollature più profonde scenda la cascata di cerume delle orecchie e tu accendimi i capelli di lacca verde, lamina di metallo nel cervello, frazione a dividere zone fra loro morte.
Che bella giornata, mi alzo, a media mattina apro la finestra e accendo la radio: una canzoncina francese con voce velata e le scintille che escono dalla pelle condiscono il cornetto e il cappuccino, dipingo le pareti di caffè danzando sulle pozze, ché dal soffitto piove olio fritto.
Ogni casa è una spugna e tu! Prepara le candele da ardere.
h.20:00 (guanti da cucina e secchio di plastica)
Ho in odio l’esser femmina, toglietemi tutto ma non l’orologio.
Toglietemi tutto l’apparato di riproduzione, soprattutto quelle due palle di vita marcia che, con amore, soffocano le piantine di speranza coltivata al buio, sotto la polvere del materasso. Toglietemi quelle due tonsille acide di vita uccisa, piccole zitelle inutili che strillano la loro inutile esistenza.
Toglietemi anfratti e caverne.
Ricoprite, cucite, via tutto.
Toglietemi anche le orecchie e i buchi del naso ché la bocca mi basta a darmi morte e piacere.
Ho in odio l’esser femmina e non vorrei esser maschio: voglio tornare pietra, granito, tufo poroso al vento, ramo ritorto dal mare, acqua e sabbia, carbone, petrolio immortale con sola funzione di bruciare.
Ho in odio l’esser femmina, di liquidi affamata, secca di vittorie e muta di mani, ardita di vocazioni e perduta, mancante di azione, rinchiusa nei pensieri esterni di menti possedute dalla soglia della casa, nata col desiderio dello specchio, disposta a tutto purché sia l’altro a darmi vita.
Libera dai fili, la distanza non muta. L’adescamento del dipendere pende dai cieli rimossi.
Ho in odio l’esser femmina, ho in odio l’esser in tutto disponibile e potente, l’essere in tutto il tutto per niente.
h. 00:00 (-)
Come fotografa di nulla, ho registrato ogni minimo spostamento della tua anima.
Le tue cellule, come carta da parati della mia camera, condiscono la tua assenza.
Sappi che non ti chiederò scusa per le assonanze.
Convivo con un andirivieni di formiche notturne.
Nient'altro da aggiungere.
Un geniale contorcimento di parole ed immagini che scavano nella grana di una fotografia istantanea di pensieri.
RispondiEliminaUna capacità creativa e compositiva straordinaria.
Le formiche con il loro moto mi hanno sempre affascinato, fin da piccolo restavo incantato ad osservarle nel loro percorso, all’interno, sotto le ossa dei miei capelli.
Diego